Il muro del suono

Red Hot Chili Peppers : Californication 1999

Nella carriera di ogni gruppo/cantante di grande successo c’è stato un momento che ha rappresentato il passaggio da un stato di vago apprezzamento, magari un po’ di nicchia, alla grande celebrità. Si tratta di quel fatidico istante in cui vengono abbandonati i suoni un po’ fuori dagli schemi ed a tratti un po’ ruvidi, che hanno visto la luce in qualche oscuro garage e si entra magicamente nella galassia della notorietà cosmica. È quella fase che  spesso i puristi della prima ora sono soliti etichettare come il passaggio al genere commerciale. Questa trasformazione ha toccato il lavoro e la creatività di tutti i più grandi, dagli U2 fino ai Radiohead passando per i Coldplay, ma soprattutto  ha caratterizzato la produzione dei Red Hot Chili Peppers. Per alcuni artisti avviene con un unico disco che squarcia come un fulmine il cielo grigio del (quasi) anonimato, mentre per altri avviene in maniera più graduale e si completa nel giro di due o tre pubblicazioni. I Red Hot avevano già conosciuto un buon successo (7 milioni di copie vendute) con Blood Sugar Sex Magik, ma i più li consideravano ancora quelli di un tempo, anche se l’abbandono di Frusciante era stato notevolmente gravoso, e malgrado già fosse apparso quel Re Mida di Rick Rubin a prendersi cura della loro produzione. Erano ancora loro: irriverenti, rabbiosi, esplicitamente provocatori riguardo a tematiche sessuali e sempre pronti a denudarsi in pubblico. In seguito era uscito un album senza storia – One Hot Minute – ed ecco che arriva Californication, il disco che li consacra definitivamente e  che porta gli estimatori più ortodossi a gridare allo scandalo per il fatto che (anche loro!) si fossero svenduti a sonorità troppo facili e scontate.

Memorabili stroncature come quella di NME non  fermarono la corsa all’acquisto dell’album. I RHCP ebbero nuovi fan e forse ne persero qualcuno, ma il danno fu una goccia nel mare. Ci fu anche qualche detrattore che, pur apprezzando l’album, affermò che il successo proveniva dal fatto che Jack Frusciante era tornato nella band. Era stato un periodo molto poco felice quello appena precedente: Kiedis era tornato a farsi di eroina, Slovak era morto, divergenze e ingerenze da parte del nuovo arrivato Dave Navarro, sarebbe stata sufficiente la metà di questi motivi per portare la band a sciogliersi. A molti gruppi era bastato molto meno.

In conclusione la riflessione è, era e sempre sarà: meglio restare originali, coerenti con sé stessi, ruvidi nei modi quanto nei suoni e vendere poco, oppure sacrificare un po’ di se stessi di ieri, lasciarsi guidare e finalmente sfondare?

Gabriella Zambrini

Pensieri sulla Morte

PENSIERI SULLA MORTE: “AUTOMATIC FOR THE PEOPLE” R.E.M. – 1992

Automatic for the people si può senza dubbio definire l’album dei record, per lo meno per quanto riguardo i REM stessi. Record di vendite innanzi tutto, record nel posizionarsi in classifica, record per il fatto di essere stato incluso nei 500 migliori album di sempre. Tutti numeri stellari che oggi appaiono lontani e irragiungibili come una galassia sconosciuta. Ad ogni buon conto qui non è importante parlare di numeri. Grazie al cielo non facciamo statistiche, ma parliamo di emozioni. Una riflessione che accomuna entrambi i versanti appare d’obbligo però: è piuttosto sconcertante che a vendere 18 milioni di dischi nel mondo sia stata una raccolta di pensieri in musica sulla morte.
Molte persone non riescono a cogliere il significato dei testi delle canzoni che pure canticchiano la mattina sotto la doccia. Ed ecco che ci sorprendiamo quando capiamo il senso di versi come questi:
“I will try not to breathe
This decision is mine, I lived a full life
And these are eyes that I want you to remember…”
“Proverò a smettere di respirare – E’ una mia decisione, ho vissuto una vita piena – E questi sono gli occhi con i quali vorrei che mi ricordassi… “. La richiesta è precisa: aiutami a morire, dolcemente, con semplicità e naturalezza. Senza accanimento terapeutico, senza aggrapparsi inutilmente ad una vita che rischia di perdere la dignità. L’eutanasia ancor oggi è vista come un tabù, pensate solo a come potesse essere considerata nel 1992, specie in un’America pesantemente segnata dall’era reganiana prima e in successione da Bush padre. Un’America dalle vedute strette che viene criticata senza mezzi termini in “Ignoreland” unico pezzo dell’album che si discosta dal tema centrale e dalla dolcezza delle restanti tracce.
I REM non sono stati certo i primi ad affrontare il tema della morte in musica, non sono stati i primi e sicuramente non saranno gli ultimi. Ma a differenza dei tanti che li hanno preceduti, che della morte hanno fatto una dea da idolatrare e da invocare, un mito da inseguire e glorificare, magari inneggiando al suicidio o a pratiche autolesioniste, i nostri quattro bravi ragazzi ne parlano con semplicità e franchezza, con la naturalezza con cui si parla di un evento che ci accomuna tutti e che conduce tutti, da spettatori, ad una disamina interiore. Ed è qui che risiede la grandezza di un album da molti definito troppo frettolosamente – ed erroneamente – crepuscolare.
Stipe e soci confezionano Automatic all’indomani del folgorante successo di “Out of time”, lavoro che contiene “Losing my religion”, il pezzo che li ha fatti conoscere anche nelle lande più desolate del pianeta. Con tutta la risonanza mediatica conosciuta appena qualche mese prima sarebbe stato molto facile (ed anche fisiologico) cavalcare l’onda della celebrità e sfornare un nuovo disco di hits, tanto più che i georgiani sono piuttosto bravi a scrivere melodie accattivanti da canticchiare sotto la doccia. Invece no. Da ragazzi seri quali sono, decidono di impegnarsi – e rischiare – su una via poco battuta, a tratti tortuosa, di sicuro inaspettata dai loro estimatori.
Il primo singolo estratto è “Drive”, un brano totalmente anti commeciale, di difficile diffusione radiofonica e contro qualsiasi logica promozionale. Ruvido e asciutto. Esattamente come apparirà in seguito Stipe: molto dimagrito e pallido, quasi denutrito. Gireranno strani rumors sulla sua salute, forse un male incurabile, forse Aids e lo stesso interessato non si preoccuperà di correggere il tiro che a distanza di diverso tempo. Nel video di “Drive”, tutto in bianco e nero, non si vede altro che Stipe in un lungo crowd surfing quasi ad evocare un sopraggiunto rigor mortis.
Il tema del nuoto torna in “Night swimming”, brano nato per l’album precedente, ma rimasto inutilizzato, ora si colloca magicamente in questo nuovo lavoro. Con la sua melodia dolce e soffusa, con un testo che riporta alla tenerezza degli anni giovanili quando nuotare di notte dava un senso di totale completezza e comunione con il mondo. Quando con gesti semplici si ritrovava l’armonia con se stessi e con gli altri. Quando pensieri e preoccupazioni erano ancora di là da venire.
Il tema del male di vivere torna preponderante nel singolo che conoscerà maggiore successo: “Everybody hurts”. Per volontà di stilare una bizzarra top ten è stato collocato al primo posto nella classifica delle canzoni che più di tutte fanno piangere gli uomini. Anche qui ad accompagnare la canzone un video che non lascia dubbi circa i contenuti: un volo a bassa quota su una highway bloccata da un colossale ingorgo generato da un incidente mortale. “Tutti soffrono… Non lasciarti andare… Quando senti che ne hai abbastanza di questa vita, confida nei tuoi amici…”. Se non altro qui si respira un anelito di speranza.
Nessuno stupore, lo sapevamo già che i quattro di Athens erano dei bravi ragazzi. E quanto ci manchino è ancora tanto, ma proprio tanto, difficile da dire.
Gabriella Zambrini