Fenomenologia di un disco di successo

La storia non si scrive in un giorno.

Sarà un’ovvietà, ma il concetto stesso di storia è naturalmente associato al tempo che scorre. Il discorso non cambia se si parla di musica. Molti erroneamente sono portati ad attribuire il termine storico a dischi che hanno conosciuto numeri straordinari nelle vendite, ma il significato di un album che riscrive la storia della musica è un altro. Ciò che resta nella memoria storica ha delle precise caratteristiche che prescindono dalle vendite e dal gusto personale che sia di pochi singoli (i critici), o di grandi masse di persone (i fans). Non necessariamente un album che ha fatto storia ha avuto un folgorante successo nelle vendite. Basti pensare ad esempio a Freak out, primo disco di Frank Zappa (che in realtà usci a sola firma dei Mothers of Invention): fu accolto alquanto freddamente quando uscì nel lontano 1966. Oggi chiunque voglia fregiarsi del titolo di conoscitore di musica, di estimatore musicale, come chiunque voglia intraprendere la carriera di musicista, di compositore, non può non conoscere la prima opera zappiana. Era troppo avanti per l’epoca, troppo avanti per scelta stilistica, per composizione, per testi, per ironia.
Questo per affermare che ogni disco che scrive la storia della musica è portatore di tali innovazioni da marcare un nuovo inizio, una pagina che viene scritta per la prima volta. Una pietra miliare della musica non sarà mai l’album che ha stravenduto o che contiene quel riff che cantano tutti . Spesso diventano pietre miliari canzoni che non si cantano sotto la doccia al mattino. Cantereste mai qualcosa di Eminem alle 7 subito dopo il trillo della sveglia? O di John Coltrane? Naturalmente no. Magari c’è anche qualche estremista che tenta l’impresa, ma questi brani di sicuro non sono annoverabili alla rosa dei primi brani che ci possano venire in mente aprendo il bagnoschiuma. Eppure questi due artisti, così diametralmente opposti, sono entrambi nella lista dei 500 dischi più grandi di tutti i tempi. E’ chiaro che un singolo ascoltatore sarà sempre libero di scegliere i propri 500 dischi a seconda del proprio cuore e della propria testa, ma al di là di ogni giudizio dettato dalla scelta soggettiva esistono album che farebbero parte comunque di qualsiasi lista. Sgt Pepper’s dei Beatles o Dark side of the Moon dei Pink Floyd potrebbero occupare un posto più in alto o più in basso a seconda delle singole preferenze, ma ci sarebbero in ogni caso.
Non è per pura casualità che abbia scelto questi esempi per rafforzare il concetto che sto affermando, li ho scelti con deliberata determinazione perché appartengono alla schiera di album che (pur riconoscendo la blasfemia) non rientrano nelle mie preferenze. Anzi direi che si trovano opposti in maniera siderale ai miei gusti. Eminem è a mio giudizio qualcuno che ha sfruttato una cultura che non gli appartiene, i Beatles non mi hanno mai emozionato, i Pink Floyd li ho sempre trovati soporiferi. L’arte – se così si può definire – del critico musicale consiste nello spogliarsi delle proprie preferenze, della propria emotività, deve gettare nella spazzatura la propria cultura musicale e  ascoltare, scevro da ogni pregiudizio, la musica che gli viene sottoposta come se ascoltasse note musicali per la prima volta.
Ci si augura che sia così, perché se tutto vale – per dirla con il buon Manuel Agnelli – niente vale.
Gabriella Zambrini

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