Lunga vita al poeta

LUNGA VITA AL POETA: “THE QUEEN IS DEAD” The Smiths – 1986
Nel 1986 le creste colorate, le borchie e il chiodo che avevano dominato negli anni precedenti erano ormai finiti nel cassetto. Essere punk non era stato solo seguire una moda, ma essere, sentire e vivere in un certo modo. Quando quell’onda rabbiosa e ribelle stava già per diventare un ricordo in molti di noi era rimasto un vuoto esistenziale. Meglio dire un horror vacui, in cui maldestramente si cercava di ritrovare ognuno la via verso la propria interiorità. Il viaggio intimista era già cominciato con diversi gruppi post punk come i Cure e i Joy Division, ma sicuramente ebbe maggior risalto e affermazione con la comparsa degli Smiths.
Era già caratteristica di diversi artisti quella di coniugare testi crepuscolari con melodie leggere e accattivanti, ma unire a ciò anche impegno politico, diritti civili e sensibilità poetica era ancora piuttosto raro. A dare un segno distintivo a queste scelte stilistiche i gorgheggi di un cantante bello come un divo di Hollywood, ma antipatico e dalla lingua tagliente. Ipersensibile, attento osservatore dei fenomeni di costume e attivo nel pronunciarsi sui temi della politica Steven Patrick Morrissey – per gli amici Moz – era molto più di un semplice cantante, era l’incarnazione di tutti coloro che si sentivano parte di una minoranza, spesso senza volerlo.
Quando The Queen is Dead esce nei negozi gli Smiths hanno all’attivo già due album che hanno conosciuto un discreto successo per essere stati prodotti da un’etichetta indipendente. Anche questo terzo lavoro esce con la Rough Trade, che a Londra ha un paio di negozi di dischi di cui uno nel cuore di Notting Hill (130 Talbot Road per chi volesse farci un salto), prima che diventi lo stucchevole scenario dell’omonima commedia sentimentale. Sono giorni aspri infatti quelli che precedono la pubblicazione dell’album, Moz è al centro di una lite furente con Geoff Travis (boss della label) e Marr confesserà poi di aver addirittura congegnato un piano per rubare i master delle incisioni.
A questi episodi e più precisamente alla figura di Travis è dedicata Frankly Mr Shankly e non è certo una cartolina di auguri. Bersaglio principale delle invettive è tuttavia la famiglia reale inglese con cui Moz non sarà mai leggero nell’esprimere le sue opinioni. In realtà l’album doveva intitolarsi Margaret on the guillotine con riferimento quanto mai esplicito verso l’allora primo ministro Thatcher, la lady di ferro le cui scelte draconiane furono per anni invise a gran parte degli inglesi.
Vere perle dell’album sono I know it’s over, struggente brano sulla fine di un amore, There is a light that never goes out, che con la sua melodia catchy fa quasi dimenticare che una coppia stia invocando la morte scontrandosi in auto con un double-decker (il tipico bus a due piani inglese), e ancora Bigmouth strikes again, brano che darà lancio all’album, in cui Moz descrive sè stesso come una sorta di rana dalla bocca larga, uno cioè che parla troppo e che finirà arso vivo come Giovanna d’Arco. In origine la seconda voce nel brano era quella della compianta Kirsty MacColl (da ascoltare assolutamente il suo duetto con i Pogues in Fairytale in New York), ma poi Moz decise di utilizzare la sua stessa voce con degli effetti in grado di innalzarla ad un timbro femminile.
Tutto l’album è straordinariamente godibile e non stanca neppure dopo reiterati ascolti. The boy with the thorn in his side si potrebbe cantare per giorni senza neanche rendersene conto, Never had no one ever è la canzone che forse più di tutte esprime il senso di inadeguatezza che si prova da adolescenti ed infine Some girls are bigger than others è la summa del Moz pensiero sul genere femminile (chi volesse approfondire il tema può cercare sul web Linder Sterling, cantante e pittrice sua grande amica). Non fu dunque una sorpresa veder balzare il disco rapidamente al secondo posto della classifica inglese. Probabilmente Moz e soci avevano ragione a discutere con Travis per la sua gestione forse disattenta. Ad ogni buon conto di li a poco gli Smiths finirono per discutere aspramente anche tra loro fintanto che non si sciolsero. Per Morrissey non fu poi questo grande cruccio dal momento che ha continuato brillantemente la carriera come solista. Caparbiamente vive e lotta insieme a noi malgrado un cancro lo stia insidiando già da un paio d’anni a questa parte. Continua a fare musica e saggiamente afferma che riposerà il giorno in cui sarà morto. Lunga vita a Moz.

Gabriella Zambrini

#music #review #thesmiths

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