Il fascino discreto dell’avere torto

IL FASCINO DISCRETO DELL’AVERE TORTO: “NEVERMIND” NIRVANA – 1991
Autunno 1991, Roma, esterno giorno: conosco un tizio con una tshirt con su stampati i volti dei Nirvana. “Ma chi sono questi?” gli chiedo. Il tipo mi guarda con sufficienza e comincia a parlarmi di una band delle meraviglie, con la devozione con cui si parlerebbe di gruppi mitici, senza tempo, come i Doors, i Led Zeppelin, gli Who per i quali avevo in casa un altare cui votare la mia devozione.
“Ma questo è solo il loro secondo disco!” il tipo mostra più disprezzo che sospetto ormai, e mi chiede se l’ho ascoltato. Gli rispondo che si, ho ascoltato qualcosa, “Come as you are” è carina, ma il resto del disco alla fine stanca. Il tipo questa volta si gira e se va. Fine e inizio della storia. Ma essendo la curiosità più forte del pregiudizio, comprai l’album. Lo ascoltai e riascoltai, ma nulla, proprio non mi catturava.
In quel periodo erano usciti un’infinità di dischi fantastici o comunque da prendere in considerazione: “Out of time” dei REM, “Blood Sugar Sex Magik” dei RHCP, “Gish” degli Smashing Pumpkins, i Public Enemy e ancora i My Bloody Valentine e, per chi ancora credeva negli U2, “Actung Baby”. Davvero l’imbarazzo della scelta.
Il vinile di Nevermind finì sullo scaffale e là rimase per molto tempo, silente. Poi Kurt Cobain arrivò a Roma. Non era per lui la prima volta, i Nirvana erano stati protagonisti di un esasperato concerto al Piper nel 1989. Erano arrivati con un pullmino scassato, strumenti e bagagli al seguito, pochi soldi e pochi fan. Kurt aveva sfasciato violentemente una chitarra sul palco e alla fine del concerto aveva gridato che il gruppo si scioglieva quella sera stessa. Il giorno dopo era andato a comprarsi una chitarra nuova al rione Monti.
Nel 1994 Cobain torna e decide di morire nella città eterna. I soldi non sono più un problema, la notorietà ormai è globale. In una notte di marzo Courtney Love trova il corpo del marito esanime nella suite dove alloggiano, all’ Excelsior di Via Veneto. Un micidiale mix di barbiturici ed alcool. Viene ricoverato d’urgenza al Policlinico Umberto I e poi trascorrerà qualche giorno di convalescenza all’American Hospital, una clinica privata, dove quella gentildonna di Courtney racconterà di avere avuto momenti hot con lui. Ma questa forse è solo una leggenda metropolitana…
In quelle ore ripresi il disco dallo scaffale e lo ascoltai di nuovo. Non cambiai opinione. Ne avevo già visti troppi di geni maledetti e francamente reputavo che fosse un po’ tardi, negli anni 90, per un altro – l’ennesimo – genio e sregolatezza. Ascoltai tutte le tracce con molta attenzione. Alcuni brani, forse perchè passati per radio fino alla noia, mi sembravano ora quasi insopportabili. “Come as you are” era sempre la mia preferita, bel pezzo, ma nulla che mi facesse gridare al miracolo. “Lithium” ed anche “In Bloom”, stesso discorso. Alla fine anche quelle che riuscivo a salvare, come anche la morbida “Something in the way”, si somigliavano drammaticamente tra loro e nessuna riusciva ad emozionarmi davvero. In “Drain you” ritrovavo i REM, in “Stay away” ritrovavo i Clash.
Grande era la risonanza mediatica intorno a quest’angelo biondo sofferente nell’anima, tutto un gran parlare sul suo male d’esistere, su i suoi tentativi di suicidio, su questa moglie così diversa da lui, così inadeguata (per usare un eufemismo) accanto alla sua figura. Osservare tutto questo mi aveva condotto a pensare che si trattasse di una gigantesca montatura pubblicitaria. L’età rende cinici. In ogni caso ci porta a glorificare più personaggi del passato, mitizzandoli, che non a guardare con obiettività dei fenomeni, pure eclatanti, che si manifestano proprio davanti ai nostri occhi.
Cobain non perse tempo. Restò in vita ancora un mese ed infine si sparò un colpo di fucile in bocca il 5 aprile dello stesso anno, in casa a Seattle. Restai pietrificata alla notizia. Quasi trovai ridicolo che si perpetuasse (ancora una volta) la maledizione della morte delle rockstar nel 27esimo anno d’età. Quasi fosse grottescamente anacronistico. Ripresi ancora una volta l’album dallo scaffale. Attorno a me una furiosa corsa all’acquisto come se Nevermind fosse uscito proprio quel giorno.
In quel momento capii d’aver avuto torto su un album che in vent’anni ha venduto quasi 30 milioni di dischi. Ci si può fidare o no delle classifiche, ma ritenere che 30 milioni di persone che materialmente siano entrate in un negozio di dischi e abbiano pagato per accaparrarsi un album noioso è da sciocchi. Vero è che i gusti sono gusti e non si discutono, specie in campo musicale, tuttavia esistono dei valori oggettivi che non si possono tralasciare superficialmente. Esistono dei valori di qualità che travalicano il gusto personale e fanno si che un disco scriva una pagina di storia della musica. E Nevermind forse ne ha scritta anche più di una.
Gabriella Zambrini

#music #review #nirvana

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