A volte ritornano…

Un tempo scrivevo di musica e oggi riprendo a farlo per dire la mia su quest ennesimo Festival di San Remo appena concluso.

La vincitrice assoluta e unica per me è Elodie. La raffinata eleganza nella postura persino con abiti che sfidano la forza di gravità. La voce è cresciuta acquisendo stile e maggior corpo. Elodie è bellissima, ma di quella bellezza che non sovrasta sul mestiere di cantare. Vince perché il pezzo spacca e lo balleremo tutta l’estate ed oltre.

Tutto il resto è un gran calderone di noia assoluta: Achille Lauro che vuole scandalizzare, Morgan che lascia il palco, Tiziano Ferro che promuove il suo bel prodottino in prossima uscita su Amazon video. Per non parlare del pezzo di Piero Pelù che sembra un copia incolla di un brano dei Red Hot Chili Peppers di By the way. Una noia mortale, per non dire pestilenziale.

Achille Lauro non mi scandalizza, mi fa solo tanta tenerezza. Di cosa potremmo mai scandalizzarci noi cinquantenni che negli anni 80 più che ballare sulle note di Sabrinona Salerno ci rasavamo i capelli e versavamo lacrime per la morte di Sid Vicious?

Tuttavia Achille Lauro dimostra un fatto ineluttabile, ovvero che oggi non fai parlare di te se non hai un bravo stratega di marketing alle tue spalle.

Per il resto le previsioni del tempo danno il talento come non pervenuto.

L’ ETA’ DELLA RAGIONE: “NIGHT & DAY” Joe Jackson – 1982

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Il giorno in cui si smette di sentirsi bambini e si capisce di essere entrati nell’età della ragione è il giorno in cui si prova un’ emozione nuova, una sensazione mai percepita prima. Quell’emozione spesso è data da un suono rimasto sconosciuto sino a quel momento, da un qualcosa di inaspettato. Abbandoniamo subito l’idea romantica delle canzonette che accompagnano i primi amori, qui parliamo di suoni che diventeranno compagni di vita, che resteranno nel tempo e non avranno il volto fugace delle passioni passeggere.
Uno degli album capaci di traghettarci nell’ascolto adulto è Night & Day di Joe Jackson, uscito nel lontano 1982. Questo spilungone pallido non ha una voce di quelle che fanno venire la pelle d’oca, né tanto meno è un damerino imbellettato dai vestiti appariscenti come già se cominciano a vedere agli albori degli anni 80, ma è un distinto gentiluomo inglese che si rimbocca le maniche per lavorare come un vero cesellatore della musica. Sonorità alte e dense di atmosfere che richiamano il jazz più sofisticato, influenze etniche di varia provenienza geografica e buon sano rock targato Great Britain, ecco come si presenta il nostro gentleman. Non strizza l’occhio alle comode ispirazioni commerciali che dilagano in quel periodo, ma semplicemente mostra, e offre, ciò che sa, ovvero quanto appartiene al suo bagaglio di cultura musicale che certo non è fatto di canzonette.
Quando si parla di musica colta molti pensano ad un sound difficile , complicato, ad un ascolto che richiede partecipazione ed attenzione, ma non è questo il caso di Night & Day dove, ogni singola traccia, risulta facile all’orecchio come qualsiasi altro brano che passa in radio all’ora di punta, e sa essere catchy proprio come le canzoni che ascoltiamo in macchina la sera. Eppure s’intuisce che ogni singolo brano è stato concepito con una raffinatezza morbida, non distaccata, frutto di estrema cura dei dettagli, di lungo e meticoloso lavoro.
Jackson scrive nelle note di copertina che l’album è stato interamente scritto e realizzato a New York, a testimonianza della sua immersione totale in quella cultura americana che va dai crooner degli anni 50 al jazz più erudito. Cultura che riesce a far sua anche se per nascita non gli appartiene, e vince la sfida, producendo musica ancora straordinariamente attuale malgrado siano trascorsi ormai più di trent’anni. Anche perché oltre alle straordinarie capacità compositive e di abile strumentista Jackson è autore di testi colmi di significato. E tratta temi forti, fa dichiarazioni contro corrente, usa parole politicamente scorrette. Non ha paura di parlare di omosessualità, di discriminazione razziale, di cancro, dei falsi miti che propina la TV, delle sub-culture che serpeggiano nelle metropoli, delle scelte salutistiche dettate dalla moda del momento. La TV ci domina – scrive – ben presto non sapremo più come spegnerla. In che anno siamo? Non è cambiato poi molto… Ed infine, a chiusura del lato B (eravamo ancora nel secolo del vinile), un vero inno alla sua fedele compagna di vita: A slow song, con cui ci spiega come la musica possa diventare una savage beast in mano a degli incapaci. Niente sconti, lo spilungone non fa il simpatico, né cerca di essere accomodante. E tanto peggio per chi si offenderà.

Articolo pubblicato su withoutmusicians.it in data 21/04/2016

 

Fenomenologia di un disco di successo

La storia non si scrive in un giorno.

Sarà un’ovvietà, ma il concetto stesso di storia è naturalmente associato al tempo che scorre. Il discorso non cambia se si parla di musica. Molti erroneamente sono portati ad attribuire il termine storico a dischi che hanno conosciuto numeri straordinari nelle vendite, ma il significato di un album che riscrive la storia della musica è un altro. Ciò che resta nella memoria storica ha delle precise caratteristiche che prescindono dalle vendite e dal gusto personale che sia di pochi singoli (i critici), o di grandi masse di persone (i fans). Non necessariamente un album che ha fatto storia ha avuto un folgorante successo nelle vendite. Basti pensare ad esempio a Freak out, primo disco di Frank Zappa (che in realtà usci a sola firma dei Mothers of Invention): fu accolto alquanto freddamente quando uscì nel lontano 1966. Oggi chiunque voglia fregiarsi del titolo di conoscitore di musica, di estimatore musicale, come chiunque voglia intraprendere la carriera di musicista, di compositore, non può non conoscere la prima opera zappiana. Era troppo avanti per l’epoca, troppo avanti per scelta stilistica, per composizione, per testi, per ironia.
Questo per affermare che ogni disco che scrive la storia della musica è portatore di tali innovazioni da marcare un nuovo inizio, una pagina che viene scritta per la prima volta. Una pietra miliare della musica non sarà mai l’album che ha stravenduto o che contiene quel riff che cantano tutti . Spesso diventano pietre miliari canzoni che non si cantano sotto la doccia al mattino. Cantereste mai qualcosa di Eminem alle 7 subito dopo il trillo della sveglia? O di John Coltrane? Naturalmente no. Magari c’è anche qualche estremista che tenta l’impresa, ma questi brani di sicuro non sono annoverabili alla rosa dei primi brani che ci possano venire in mente aprendo il bagnoschiuma. Eppure questi due artisti, così diametralmente opposti, sono entrambi nella lista dei 500 dischi più grandi di tutti i tempi. E’ chiaro che un singolo ascoltatore sarà sempre libero di scegliere i propri 500 dischi a seconda del proprio cuore e della propria testa, ma al di là di ogni giudizio dettato dalla scelta soggettiva esistono album che farebbero parte comunque di qualsiasi lista. Sgt Pepper’s dei Beatles o Dark side of the Moon dei Pink Floyd potrebbero occupare un posto più in alto o più in basso a seconda delle singole preferenze, ma ci sarebbero in ogni caso.
Non è per pura casualità che abbia scelto questi esempi per rafforzare il concetto che sto affermando, li ho scelti con deliberata determinazione perché appartengono alla schiera di album che (pur riconoscendo la blasfemia) non rientrano nelle mie preferenze. Anzi direi che si trovano opposti in maniera siderale ai miei gusti. Eminem è a mio giudizio qualcuno che ha sfruttato una cultura che non gli appartiene, i Beatles non mi hanno mai emozionato, i Pink Floyd li ho sempre trovati soporiferi. L’arte – se così si può definire – del critico musicale consiste nello spogliarsi delle proprie preferenze, della propria emotività, deve gettare nella spazzatura la propria cultura musicale e  ascoltare, scevro da ogni pregiudizio, la musica che gli viene sottoposta come se ascoltasse note musicali per la prima volta.
Ci si augura che sia così, perché se tutto vale – per dirla con il buon Manuel Agnelli – niente vale.
Gabriella Zambrini

La magia della danza della pioggia

“PURPLE RAIN” Prince and the Revolution- 1984
La verità? Quando ascoltai per la prima volta When doves cry pensai all’ennesima canzonetta catchy che avrebbe scalato le classifiche tanto rapidamente quanto poi ce ne saremmo dimenticati. Quelle parole melense su un amore finito, quella psicologia da giornaletto femminile:
Maybe I’m just like my father – too bold
Maybe you’re just like my mother
She’s never satisfied
e quel video pieno di finzione degna della più frivola delle soap mi fecero ritenere Prince alla stregua di un qualsiasi fanatico delle periferie americane che crede di essere qualcuno solo perché fa parte di una gang. Eppure attorno a me erano in molti ad apprezzarne le capacità, molte persone cominciavano a venerarlo e ben poche di queste erano ragazze prede di tempeste ormonali. Non era questo il suo primo disco, ma addirittura il sesto. Tuttavia era la prima volta che includeva in una sua pubblicazione la band. La mia opinione dell’epoca sulla musica (e non solo) era falsata giacchè spesso era generata dalla volontà di essere contro tutto e tutti più che dal desiderio di documentarsi. A me sembrava che il folletto di Minneapolis o il Principe, come si faceva chiamare, od ancora l’Artista tutto potesse essere tranne il sex symbol quale già si pavoneggiava di essere. E poi quel narcisismo sfrenato, quel suo presentarsi al pubblico in maniera quasi messianica, abbracciando un genere musicale in cui già dopo James Brown non c’era stato più niente da dire, me lo rendevano antipatico più che considerarlo un portatore di innovazione musicale.
Mio malgrado mi trovo ad ascoltare l’intero album. E mi accorgo che veramente è stata estratta forse la peggiore traccia dell’album per farne il singolo di lancio. La title-track mi rapì letteralmente, come avvolta in una ipnosi mistica a metà strada tra l’onirico e la trascendenza, e poi The beautiful ones con le sue note morbide e sensuali come un dolce dormiveglia dopo il sesso, Computer Blue con la sua intro magnetica, Take me with U, ed ancora Let’s go crazy, perfetto anello di congiunzione con Purple Rain.
Mi chiesi davvero con quale criterio fosse stata scelta When doves cry, forse semplicemnte perchè era quella più commerciale tra tutte. Certo non poteva essere scelta Darling Nikki, canzone per la quale fu prodotta per la prima volta l’etichetta del Parental Control, questo grazie a Tipper, moglie di Al Gore, che con le associazioni dei genitori si fece paladina della causa. In America ci si scandalizza per scene da porno di serie B e non che un figlio vada al liceo con la 44 Magnum del padre nella cartella. Strano Paese davvero.
Su Darling Nikki va spesa qualche parola di più. Sicuramente questa ragazzuola che si masturba con una rivista nell’atrio di un hotel e che, conosciuto il nostro, lo rende felice per una notte intera, non può essere considerata alla stregua di un film porno, ma semplicemnte una fantasia adolescenziale riproposta in forma di canzone. Una proiezione erotica che il nostro Principe sicuramente aveva vissuto nella sua mente in tante notti solitarie quando era ancora un ragazzo di belle speranze avvolto nel buio dell’anonimato. Eppure quella canzone racconta molto di piu di una cruda scena pornografica, racconta di una volontà di emanciparsi dal livellamento della massa, una volontà di essere apprezzato quanto può esserlo un uomo alto e aitante, un desiderio profondo di avere visibilità, di essere riconosciuto a colpo d’occhio.
Il carisma di una persona può nascere insieme alla persona stessa oppure accresciuto e alimentato, pubblicizzato come un prodotto da vendere. Ebbene se Prince ha fatto pubblicità di se stesso l’ha fatta bene perchè è riuscito a convincere veramente tutti, anche i più scettici, e persino le donne più esigenti. Perchè la forza di persuasione a volte è più credibile di una realtà magari di bell’aspetto, ma vuota di contenuti. E se alla fantasia ci si impone di credere fermamente, spariscono difetti, spariscono imperfezioni, scompare persino l’arroganza e rimane solo un sogno, dolce, che può diventare finalmente reale.
Prince è stata una delle grandi perdite in campo musicale di quest’anno. Manca il suo genio, la sua fantasia, la sua straordinaria capacità compositiva e strumentale in questo panorama sempre più povero di note che non siano omologate a prodotto discografico. E dove ora sia poco importa, ci auguriamo tutti che sia avvolto nella magia di una pioggia calda e colorata, la stessa in cui (ci) ha lasciato.
Gabriella Zambrini

#music #review #Prince

Lunga vita al poeta

LUNGA VITA AL POETA: “THE QUEEN IS DEAD” The Smiths – 1986
Nel 1986 le creste colorate, le borchie e il chiodo che avevano dominato negli anni precedenti erano ormai finiti nel cassetto. Essere punk non era stato solo seguire una moda, ma essere, sentire e vivere in un certo modo. Quando quell’onda rabbiosa e ribelle stava già per diventare un ricordo in molti di noi era rimasto un vuoto esistenziale. Meglio dire un horror vacui, in cui maldestramente si cercava di ritrovare ognuno la via verso la propria interiorità. Il viaggio intimista era già cominciato con diversi gruppi post punk come i Cure e i Joy Division, ma sicuramente ebbe maggior risalto e affermazione con la comparsa degli Smiths.
Era già caratteristica di diversi artisti quella di coniugare testi crepuscolari con melodie leggere e accattivanti, ma unire a ciò anche impegno politico, diritti civili e sensibilità poetica era ancora piuttosto raro. A dare un segno distintivo a queste scelte stilistiche i gorgheggi di un cantante bello come un divo di Hollywood, ma antipatico e dalla lingua tagliente. Ipersensibile, attento osservatore dei fenomeni di costume e attivo nel pronunciarsi sui temi della politica Steven Patrick Morrissey – per gli amici Moz – era molto più di un semplice cantante, era l’incarnazione di tutti coloro che si sentivano parte di una minoranza, spesso senza volerlo.
Quando The Queen is Dead esce nei negozi gli Smiths hanno all’attivo già due album che hanno conosciuto un discreto successo per essere stati prodotti da un’etichetta indipendente. Anche questo terzo lavoro esce con la Rough Trade, che a Londra ha un paio di negozi di dischi di cui uno nel cuore di Notting Hill (130 Talbot Road per chi volesse farci un salto), prima che diventi lo stucchevole scenario dell’omonima commedia sentimentale. Sono giorni aspri infatti quelli che precedono la pubblicazione dell’album, Moz è al centro di una lite furente con Geoff Travis (boss della label) e Marr confesserà poi di aver addirittura congegnato un piano per rubare i master delle incisioni.
A questi episodi e più precisamente alla figura di Travis è dedicata Frankly Mr Shankly e non è certo una cartolina di auguri. Bersaglio principale delle invettive è tuttavia la famiglia reale inglese con cui Moz non sarà mai leggero nell’esprimere le sue opinioni. In realtà l’album doveva intitolarsi Margaret on the guillotine con riferimento quanto mai esplicito verso l’allora primo ministro Thatcher, la lady di ferro le cui scelte draconiane furono per anni invise a gran parte degli inglesi.
Vere perle dell’album sono I know it’s over, struggente brano sulla fine di un amore, There is a light that never goes out, che con la sua melodia catchy fa quasi dimenticare che una coppia stia invocando la morte scontrandosi in auto con un double-decker (il tipico bus a due piani inglese), e ancora Bigmouth strikes again, brano che darà lancio all’album, in cui Moz descrive sè stesso come una sorta di rana dalla bocca larga, uno cioè che parla troppo e che finirà arso vivo come Giovanna d’Arco. In origine la seconda voce nel brano era quella della compianta Kirsty MacColl (da ascoltare assolutamente il suo duetto con i Pogues in Fairytale in New York), ma poi Moz decise di utilizzare la sua stessa voce con degli effetti in grado di innalzarla ad un timbro femminile.
Tutto l’album è straordinariamente godibile e non stanca neppure dopo reiterati ascolti. The boy with the thorn in his side si potrebbe cantare per giorni senza neanche rendersene conto, Never had no one ever è la canzone che forse più di tutte esprime il senso di inadeguatezza che si prova da adolescenti ed infine Some girls are bigger than others è la summa del Moz pensiero sul genere femminile (chi volesse approfondire il tema può cercare sul web Linder Sterling, cantante e pittrice sua grande amica). Non fu dunque una sorpresa veder balzare il disco rapidamente al secondo posto della classifica inglese. Probabilmente Moz e soci avevano ragione a discutere con Travis per la sua gestione forse disattenta. Ad ogni buon conto di li a poco gli Smiths finirono per discutere aspramente anche tra loro fintanto che non si sciolsero. Per Morrissey non fu poi questo grande cruccio dal momento che ha continuato brillantemente la carriera come solista. Caparbiamente vive e lotta insieme a noi malgrado un cancro lo stia insidiando già da un paio d’anni a questa parte. Continua a fare musica e saggiamente afferma che riposerà il giorno in cui sarà morto. Lunga vita a Moz.

Gabriella Zambrini

#music #review #thesmiths

David Bowie è, non è, chi è…

David Bowie is, il film
“È più facile essere qualcun altro…” D.B.
Cosi si esprimeva David Bowie riguardo i suoi tanti alter ego. Essere qualcun altro in realtà è un concetto largamente dibattuto negli anni rispetto l’identità esistenziale. Quando sui social mi capita di incappare in qualche frasetta becera circa l’essere sé stessi sorrido con velato sarcasmo. Essere se stessi implica la consapevolezza di essere in un certo modo, implica necessariamente il “conoscere” se stessi e quanti di noi possono in serenità affermare tale pronunciamento?
La pluralità dell’essere interiore è un principio che Bowie ha esplorato lungamente nel corso della sua prodigiosa carriera dando vita a diversi personaggi, suoi alter ego, quali Ziggy Stardust, Aladdin Sane, the White Duke etc. In verità essere qualcun altro ha molteplici vantaggi: consente di esplorare zone esistenziali alle quali altrimenti non avremmo accesso, di sperimentare situazioni ed ambiti che, diversamente, nei nostri panni, non conosceremmo mai, ma anche di non essere mai colpevoli di nulla, di non assumersi mai alcuna responsabilità diretta.
La scuola di pensiero fondata dal maestro spirituale Georges Ivanovič Gurdjieff afferma che ogni essere umano non è mai uno, ma moltitudine: ciò che io sono ora non è la persona che ero mezz’ora fa, ieri, un mese fa, come del resto non sono ciò che sarò tra un attimo, tra un’ora, domani, tra un mese e cosi via. Il mistico armeno, le cui teorie in Italia sono state abbracciate (e diffusamente citate nella propria produzione musicale) da Franco Battiato, afferma che le molteplici personalità che albergano in ognuno di noi spesso sono anche contrastanti tra loro, diverse in maniera siderale, tanto da arrivare ad essere entità in conflitto. David Bowie sembra quindi aver basato profondamente la sua carriera su tale postulato. Ecco perché quelle che sembravano ai contemporanei dell’epoca delle deliranti improvvisazioni erano invece frutto di studi spirituali, ispirazioni che avrebbero avuto una sostanziale funzione di rottura degli schemi, per non parlare dell’immensa influenza che ebbero sulla creatività di generazioni di artisti, musicisti, designer nei decenni a seguire.
Queste riflessioni giungono dopo aver visto “David Bowie is” docu-film basato sull’allestimento della mostra omonima che si è tenuta nel corso degli ultimi tre anni al Victoria & Albert Museum di Londra e che ora arriva a Bologna fino al 13 novembre. Per quanto riguarda il film si è trattato di un carpe diem qui a Roma, in quanto è stato messo in programmazione solo per tre giorni. La mostra itinerante del VAM attualmente in Italia, e che poi toccherà Stati Uniti e Giappone, contiene centinaia di oggetti, costumi, reperti e foto in quella che ormai viene considerata quale la più imponente retrospettiva dedicata ad una rockstar contemporanea. Tra gli altri sarà possibile ammirare il costume di scena di Ziggy Stardust e la foto originale scattata da Terry O’Neill per la photo session di Diamond Dogs. Lo stesso O’Neill, intervistato nel corso del film, dichiara che il suo scatto è considerato “la seconda più bella foto del rock”. E ancora, i manoscritti originali delle canzoni, schizzi per le copertine dei dischi, interviste e spezzoni di film, addirittura lo story board disegnato da Bowie stesso per un video. Assolutamente da non perdere.
Gabriella Zambrini

Il fascino discreto dell’avere torto

IL FASCINO DISCRETO DELL’AVERE TORTO: “NEVERMIND” NIRVANA – 1991
Autunno 1991, Roma, esterno giorno: conosco un tizio con una tshirt con su stampati i volti dei Nirvana. “Ma chi sono questi?” gli chiedo. Il tipo mi guarda con sufficienza e comincia a parlarmi di una band delle meraviglie, con la devozione con cui si parlerebbe di gruppi mitici, senza tempo, come i Doors, i Led Zeppelin, gli Who per i quali avevo in casa un altare cui votare la mia devozione.
“Ma questo è solo il loro secondo disco!” il tipo mostra più disprezzo che sospetto ormai, e mi chiede se l’ho ascoltato. Gli rispondo che si, ho ascoltato qualcosa, “Come as you are” è carina, ma il resto del disco alla fine stanca. Il tipo questa volta si gira e se va. Fine e inizio della storia. Ma essendo la curiosità più forte del pregiudizio, comprai l’album. Lo ascoltai e riascoltai, ma nulla, proprio non mi catturava.
In quel periodo erano usciti un’infinità di dischi fantastici o comunque da prendere in considerazione: “Out of time” dei REM, “Blood Sugar Sex Magik” dei RHCP, “Gish” degli Smashing Pumpkins, i Public Enemy e ancora i My Bloody Valentine e, per chi ancora credeva negli U2, “Actung Baby”. Davvero l’imbarazzo della scelta.
Il vinile di Nevermind finì sullo scaffale e là rimase per molto tempo, silente. Poi Kurt Cobain arrivò a Roma. Non era per lui la prima volta, i Nirvana erano stati protagonisti di un esasperato concerto al Piper nel 1989. Erano arrivati con un pullmino scassato, strumenti e bagagli al seguito, pochi soldi e pochi fan. Kurt aveva sfasciato violentemente una chitarra sul palco e alla fine del concerto aveva gridato che il gruppo si scioglieva quella sera stessa. Il giorno dopo era andato a comprarsi una chitarra nuova al rione Monti.
Nel 1994 Cobain torna e decide di morire nella città eterna. I soldi non sono più un problema, la notorietà ormai è globale. In una notte di marzo Courtney Love trova il corpo del marito esanime nella suite dove alloggiano, all’ Excelsior di Via Veneto. Un micidiale mix di barbiturici ed alcool. Viene ricoverato d’urgenza al Policlinico Umberto I e poi trascorrerà qualche giorno di convalescenza all’American Hospital, una clinica privata, dove quella gentildonna di Courtney racconterà di avere avuto momenti hot con lui. Ma questa forse è solo una leggenda metropolitana…
In quelle ore ripresi il disco dallo scaffale e lo ascoltai di nuovo. Non cambiai opinione. Ne avevo già visti troppi di geni maledetti e francamente reputavo che fosse un po’ tardi, negli anni 90, per un altro – l’ennesimo – genio e sregolatezza. Ascoltai tutte le tracce con molta attenzione. Alcuni brani, forse perchè passati per radio fino alla noia, mi sembravano ora quasi insopportabili. “Come as you are” era sempre la mia preferita, bel pezzo, ma nulla che mi facesse gridare al miracolo. “Lithium” ed anche “In Bloom”, stesso discorso. Alla fine anche quelle che riuscivo a salvare, come anche la morbida “Something in the way”, si somigliavano drammaticamente tra loro e nessuna riusciva ad emozionarmi davvero. In “Drain you” ritrovavo i REM, in “Stay away” ritrovavo i Clash.
Grande era la risonanza mediatica intorno a quest’angelo biondo sofferente nell’anima, tutto un gran parlare sul suo male d’esistere, su i suoi tentativi di suicidio, su questa moglie così diversa da lui, così inadeguata (per usare un eufemismo) accanto alla sua figura. Osservare tutto questo mi aveva condotto a pensare che si trattasse di una gigantesca montatura pubblicitaria. L’età rende cinici. In ogni caso ci porta a glorificare più personaggi del passato, mitizzandoli, che non a guardare con obiettività dei fenomeni, pure eclatanti, che si manifestano proprio davanti ai nostri occhi.
Cobain non perse tempo. Restò in vita ancora un mese ed infine si sparò un colpo di fucile in bocca il 5 aprile dello stesso anno, in casa a Seattle. Restai pietrificata alla notizia. Quasi trovai ridicolo che si perpetuasse (ancora una volta) la maledizione della morte delle rockstar nel 27esimo anno d’età. Quasi fosse grottescamente anacronistico. Ripresi ancora una volta l’album dallo scaffale. Attorno a me una furiosa corsa all’acquisto come se Nevermind fosse uscito proprio quel giorno.
In quel momento capii d’aver avuto torto su un album che in vent’anni ha venduto quasi 30 milioni di dischi. Ci si può fidare o no delle classifiche, ma ritenere che 30 milioni di persone che materialmente siano entrate in un negozio di dischi e abbiano pagato per accaparrarsi un album noioso è da sciocchi. Vero è che i gusti sono gusti e non si discutono, specie in campo musicale, tuttavia esistono dei valori oggettivi che non si possono tralasciare superficialmente. Esistono dei valori di qualità che travalicano il gusto personale e fanno si che un disco scriva una pagina di storia della musica. E Nevermind forse ne ha scritta anche più di una.
Gabriella Zambrini

#music #review #nirvana